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PT INIPEC e Notifiche telematiche

La svista della Corte di Cassazione e come regolarsi per le notifiche telematiche dopo l'ordinanza 24160 del 27 settembre 2019 che richiama la precedente sentenza 3709 dell'8 febbraio 2019 e che coferma che per una valida notifica telematica si si deve estrarre l?indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC.

 

Con ordinanza 24160 del 27 settembre 2019 la sesta sezione civile della Corte di Cassazione ha ritenuto che «per una valida notifica tramite PEC si deve estrarre l’indirizzo del destinatario solo dal pubblico registro ReGIndE e non dal pubblico registro INI-PEC», in ciò richiamando la sua precedente sentenza n. 3709 del giorno 8 febbraio 2019 nella quale è stato: «affermato il seguente principio di di diritto: “Il domicilio digitale previsto dal D. L. n. 179 del 2012, art. 16 sexies, conv. con modif. in L. n. 221 del 2012, come modificato dal D. L. n. 90 del 2014, conv., con modif., in L. n. 114 del 2014, corrisponde all'indirizzo PEC che ciascun avvocato ha indicato al Consiglio dell'Ordine di appartenenza e che, per il tramite di quest'ultimo, è inserito nel Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia. Solo questo indirizzo è qualificato ai fini processuali ed idoneo a garantire l'effettiva difesa, sicchè la notificazione di un atto giudiziario ad un indirizzo PEC riferibile - a seconda dei casi - alla parte personalmente o al difensore, ma diverso da quello inserito nel ReGIndE, è nulla, restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall'Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)”». (nostra la sottolineatura)

 

Osserviamo, preliminarmente, che ai sensi l’art. 16 sexies del D.L. 179/2012 prevede che la notificazione in materia civile presso il difensore avvenga presso il suo «domicilio digitale», coincidente con l'indirizzo di posta elettronica certificata, risultante dagli elenchi di cui all'articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 (coincidente con l’INIPEC), nonché dal registro generale degli indirizzi elettronici (ReGIndE) gestito dal Ministero della giustizia e che, «salvo quanto previsto dall'articolo 366 del codice di procedura civile», le notifiche, ad istanza di parte, presso la cancelleria dell'ufficio giudiziario, possa avvenire esclusivamente quando non sia possibile, per causa imputabile al destinatario, la notifica al suo domicilio digitale.

 

Il principio di diritto enunciato dalla Corte di Cassazione nella sentenza n. 3709/2019 (richiamata nell’ordinanza 24160/2019)  è, quindi, errato sotto un duplice profilo: dapprima, quando assume che il domicilio digitale del difensore corrisponda al solo indirizzo PEC inserito nel ReGIndE e, la seconda, quando afferma che le notifiche telematiche «alla parte personalmente o al difensore» sono valide solo se eseguite all’indirizzo PEC ricavato dal ReGIndE, essendo nulle tutte le altre «restando del tutto irrilevante la circostanza che detto indirizzo risulti dall'Indice Nazionale degli Indirizzi di Posta Elettronica Certificata (INI-PEC)».

 

Prima di entrare nel merito e proporre – ai disorientati giuristi (Avvocati e Magistrati in primis) – una soluzione, va fatta un po’ di chiarezza.

 

Le notifiche telematiche che l’avvocato esegue ai sensi dell’art 3-bis della Legge 53/94 (in materia civile, penale, amministrativa e stragiudiziale) possono essere eseguite agli indirizzi di posta elettronica certificata del destinatario che risultino da «pubblici elenchi» che, ex art. 16-ter del D.L. 18 ottobre 2012 n. 179  (convertito con modificazioni dalla Legge n. 221/2012, poi modificato dall’art. 45-bis, comma 2 del D.L. 90/2014, convertito in Legge 114/2014), sono quelli previsti:

  • dall’articolo 6-bis del decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82 (INIPEC Indice Nazionale della Posta elettronica Certificata),
  • dall’art. 6 quater D.Lgs 82/2005 (Indice nazionale dei domicili digitali delle persone fisiche e degli altri enti di diritto privato, non tenuti all’iscrizione in albi professionali o nel registro delle imprese, non ancora istituito e che confluirà nell’ANPR)
  • dall’art. 62 del D.Lgs 82/2005 (ANPR Anagrafe Nazionale della Popolazione Residente, nella quale, alla data dell’11 settembre 2019, solo 3.100 su 7.914 comuni italiani avevano operato il subentro)
  • dall’art. 16, comma 12, del D.L. 179/2012 (Registro PP.AA. - Registro contenente gli indirizzi di Posta Elettronica Certificata delle Amministrazioni pubbliche) consultabile solo dagli uffici giudiziari, dagli uffici notificazioni, esecuzioni e protesti, e dagli avvocati.
  • dall’articolo 16, comma 6, del decreto-legge 29 novembre 2008, n. 185, convertito, con modificazioni, dalla legge 28 gennaio 2009, n. 2 (Registro delle Imprese), nonché
  • il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici, gestito dal Ministero della giustizia ReGIndE.

 

Secondo quanto si legge nel Portale del Servizi Telematici del Ministero della Giustizia e conformemente al disposto del DM 44 del 21 febbraio 2011 (contenente il Regolamento concernente le regole tecniche per l'adozione nel processo civile e nel processo penale, delle tecnologie dell'informazione e della comunicazione, in attuazione dei principi previsti dal decreto legislativo 7 marzo 2005, n. 82, e successive modificazioni, ai sensi dell'articolo 4, commi 1 e 2, del decreto-legge 29 dicembre 2009, n. 193, convertito nella legge 22 febbraio 2010 n. 24), il Registro Generale degli Indirizzi Elettronici (ReGIndE), gestito dal Ministero della Giustizia, contiene i dati identificativi nonché l’indirizzo di posta elettronica certificata (PEC) dei soggetti abilitati esterni al Processo Telematico (Civile e Penale), ovverossia:

  • appartenenti ad un ente pubblico
  • professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti con legge (tra essi gli avvocati)
  • ausiliari del giudice non appartenenti ad un ordine di categoria o che appartengono ad ente/ordine professionale che non abbia ancora inviato l’albo al Ministero della giustizia (questo non si applica per gli avvocati, il cui specifico ruolo di difensore implica che l’invio dell’albo deve essere sempre fatto dall’ordine di appartenenza o dall’ente che si difende).

 

Prima conclusione: nel ReGIndE non si trovano gli indirizzi PEC delle imprese (in forma collettiva o individuale che siano), che ex art. 7, comma 5 DM 44/2011 sono consultabili senza oneri nel registro delle imprese e neppure quelli delle persone fisiche che non operino in qualità di professionisti iscritti in albi ed elenchi istituiti per legge ovvero siano utenti abilitati esterni al processo telematico ovvero ancora non abbiano richiesto la PEC del cittadino (CEC-PAC) ex DCPM 6 maggio 2019.

 

Orbene se, come assume il Supremo Collegio nella sentenza n. 3709/2019, le notifiche telematiche «alla parte personalmente» sono valide solo se eseguite all’indirizzo PEC reperito nel ReGIndE, la conseguenza che ne discende è che nessuna notifica telematica sarebbe possibile perché alcun indirizzo PEC di imprese e persone fisiche (queste ultime con le esclusioni di cui sopra si è detto) è previsto nel ReGIndE.

 

Seconda conclusione: l’INIPEC è un «elenco pubblico» al quale attingere per reperire gli indirizzi PEC per le notifiche telematiche ex art. 3-bis della Legge 53/94 e ciò, non perché lo sostiene chi scrive, bensì per Legge (art. 16-ter D.L. 179/2012). Alcuna norma abrogativa/modificativa è intervenuta sul punto, così come nessuna pronuncia della Corte Costituzionale ha interessato il citato art. 16-ter.

 

Naturalmente il problema non si pone per il caso in cui la notifica telematica, che sarebbe nulla secondo l’orientamento della Corte di Cassazione, abbia comunque prodotto il suo effetto ex art. 156, terzo comma cpc, ad esempio con la costituzione in giudizio del convenuto.

 

Ma cosa dire nei diversi casi di giudizio in contumacia, ovvero di notifica stragiudiziale (magari interruttiva della prescrizione) e in tutti gli altri che la casistica giuridico/giudiziaria può conoscere?

 

Svolte le considerazioni di cui sopra e passando al profilo pratico, in presenza delle, pur non condivisibili, citate pronunce della Corte di Cassazione, ad avviso di chi scrive, ai fini della notifica telematica ex art. 3-bis della Legge 53/94 si dovrebbe operare così:

  1. per le notifiche ai professionisti (soggetti abilitati esterni al Processo Telematico): estrarre l’indirizzo PEC dal ReGIndE tramite PST-Giustizia. Si accede con il token ovvero la smart card di firma digitale al sito http://pst.giustizia.it/PST/, si effettua il login in home page digitando il PIN e selezionando il certificato di autenticazione inserito nel token/smart card, quindi si clicca su «Registro Generale degli Indirizzi Elettronici» e si esegue la ricerca con l’apposita maschera (di seguito alcune videate illustrative);
  2. per le notifiche alle Imprese estrarre l’indirizzo PEC dal Registro delle Imprese;
  3. per le notifiche alle PP.AA. (nel processo civile telematico) estrarre l’indirizzo PEC del Registro PP.AA, tramite PST-Giustizia (stessa procedura illustrata al punto 1);
  4. per quanto ovvio, predisporre la relazione di notifica indicando correttamente l’«elenco pubblico» dal quale si è estratto l’indirizzo PEC del destinatario.

 

Un consiglio ulteriore per i Colleghi Avvocati che utilizzano sistemi automatici di produzione delle relazioni di notifica telematica, abbiate cura di verificare che il sistema in uso consenta di opzionare i singoli elenchi pubblici di accesso agli indirizzi PEC e, forti dell’abitudine di accedere all’INIPEC per il reperimento degli indirizzi telematici di notifica, ponete attenzione a quello che sceglierete; fatto questo rileggete la relazione di notificazione, è un esercizio forse noioso ma aiuta a prevenire errori.

 

Nell’attesa di intervento delle Sezioni Unite della Corte di Cassazione altro non ritengo si possa fare salvo, e se ne avrebbe ben motivo, continuare a estrarre gli indirizzi PEC dall’elenco INIPEC e procedere come si è sempre fatto. Ma qui ognuno assume i rischi che ritiene.

 

Maurizio Sala – Avvocato in Milano

 

Milano 16 ottobre 2019

 

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Per leggere la sentenza della Corte di Cassazione n. 3709 del l'8 febbraio 2019 clicca qui

Per leggere l'ordinanza della Corte di Cassazione n. 24160 del 27 settembre 2019 clicca qui


Numero: 102202A